28 luglio 2008

Vedere Dio attraverso Dio

Scrive Dionigi Areopagita: "nella divina oscurità entra chiunque Dio ritenga degno di conoscerlo e di vederlo, entrando veramente in quanto è superiore alla visione ed alla conoscenza grazie al suo stesso non vedere e non conoscere. L'oscurità divina è la luce irraggiungibile per l'eccesso della sua produzione luminosa sovraessenziale".


Dal momento che chiunque sia ritenuto degno di conoscere e vedere Dio entra nell'inaccostabile stesso, chi è colui che poi realmente è ritenuto degno d'avvicinarsi all'inaccostabile e di vedere l'invisibile? Forse ogni uomo che venera Dio? Ma solo a Mosè ed agli altri come lui è possibile entrare nell'oscurità divina, mentre la teologia per negazione è di chiunque veneri Dio; anche se ora, dopo che il Signore è venuto ad abitare nella carne, è anche d'ogni uomo.


Mosè è superiore alla moltitudine, in quanto ha visto Dio con i propri occhi. Ma chi è entrato in questa luce, dice, vede e non vede. Come può non vedere, se vede? Perché, dice, vede al di sopra della visione, tanto che, propriamente, conosce e vede, ma non vede per eccesso, e non vede con nessun atto dell'intelletto e della percezione, cioè vede con lo stesso non vedere e non conoscere, in altri termini andando al di là d'ogni atto di conoscenza, entrando in una dimensione superiore alla visione ed alla conoscenza, vale a dire vedendo e agendo meglio di quanto non sia possibile ad un uomo, perché, per grazia, è già Dio, esiste come unito a Dio e vede Dio attraverso Dio.

(Gregorio Palamas, Triadi, da Atto e luce divina, Bompiani, Milano 2003)

21 luglio 2008

In viaggio verso la Verità

Che cosa succede, quindi, con l'annuncio di Gesù? Egli stesso è il suo annuncio. Che cos'è, poi, che ha annunciato nelle sue prediche? È il regno di Dio: il regno di Dio è vicino, è già qui tra voi, è in noi. Se prendessimo sul serio il messaggio di salvezza di questo annuncio non avremmo più bisogno di temere di riferire a noi stessi espressioni quali "figli di Dio", "il regno di Dio in mezzo a noi", "chi vede me vede il padre", "prima che Abramo fosse io sono". Questo è il cuore dell'annuncio di Gesù che, a mio avviso, si manifesta in un racconto non specificamente cristiano ma che, in una sua particolare variante, viene ripreso anche da Gesù. Si tratta della parabola del "figliol prodigo". Racconta di un giovane che pretende la sua parte di eredità e si lancia a capofitto nella vita. Un giorno riconosce che questa non può essere la vera vita. Si pone la domanda sul senso della propria esistenza e riconosce di dover tornare dal padre, alla sua vera natura. Solo qui può trovare quanto cerca. Solo qui è la sua vera patria. Il padre lo sta aspettando. Nessun rimprovero. Nessun dito sollevato per una ramanzina morale. In un simile racconto Gesù ci mostra il percorso della salvezza. Questa parabola ci accompagna sul cammino della vita. Si può dare un orientamento e dirci chi siamo in verità: i figli e le figlie, gli eredi del regno di Dio. Purtroppo i teologi hanno spesso conferito a questa storia un'interpretazione morale ai sensi della dottrina della redenzione: il figlio si allontana dal Dio, vive nel peccato, lo riconosce, fa penitenza e viene accolto nella grazia del Padre misericordioso. Si veda la differenza: la lettura teologica convenzionale si basa sulla concezione di un Dio personale ultraterreno, mentre l'interpretazione spirituale intende mostrare all'uomo come può risvegliarsi alla vera vita sotto la guida di Gesù.

(Willigis Jäger, L’onda è il mare, Appunti di Viaggio, Roma 2004, pp. 118-119)




Il figlio parte per un paese lontano. I Padri hanno visto in questo soprattutto il discostarsi interiormente dal mondo del padre, dal mondo di Dio, l’intima rottura della relazione, la grandezza dell’allontanamento da ciò che è proprio e da ciò che è autentico. Il figlio dilapida le sue sostanze. Vuole sfruttare la vita fino all’estremo, avere quella che ritiene la “vita in pienezza”. Cerca la libertà radicale; vuole vivere solo per se stesso, non sottoposto ad alcun’altra esigenza. Si gode la vita; si sente pienamente autonomo. La parola usata per indicare il patrimonio ha nel linguaggio dei filosofi greci il significato di “sostanza”, di natura. Il figlio prodigo sperpera la sua natura, se stesso. Alla fine è tutto consumato. Colui che è stato completamente libero ora diventa veramente servo. A questo punto avviene la “svolta”. Il figlio comprende di essere perduto. Vivendo lontano da casa, lontano dalle sue origini, si era allontanato anche da se stesso. Viveva lontano dalla verità della sua esistenza. Il suo ritorno consiste nel fatto che ora ritorna verso di sé. In se stesso trova l’indicazione della via verso il padre, verso la libertà di “figlio”. Egli è in viaggio verso la verità della sua esistenza e quindi “verso casa”. Il padre vede il figlio “quando è ancora lontano” e gli va incontro. Ascolta la confessione del figlio e vede in essa il cammino interiore da lui percorso, vede che ha trovato la strada verso la vera libertà.

(Joseph Ratzinger, Gesù di Nazareth, Rizzoli, Milano 2007, pp. 241-243)

15 luglio 2008

Nel cuore della vita


Allora Almitra parlò dicendo: Ora vorremmo chiederti della Morte. E lui disse: Voi vorreste conoscere il segreto della morte. Ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita? Il gufo, i cui occhi notturni sono ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce. Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita. Poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare. Nella profondità dei vostri desideri e speranze, sta la vostra muta conoscenza di ciò che è oltre la vita; e come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera. Confidate nei sogni, poiché in essi si cela la porta dell'eternità. La vostra paura della morte non è che il tremito del pastore davanti al re che posa la mano su di lui in segno di onore. In questo suo fremere, il pastore non è forse pieno di gioia poiché porterà l'impronta regale? E tuttavia non è forse maggiormente assillato dal suo tremito? Che cos'è morire, se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole? E che cos'è emettere l'estremo respiro se non liberarlo dal suo incessante fluire, così che possa risorgere e spaziare libero alla ricerca di Dio? Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare. E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire. E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente.

(Kahlil Gibran, La morte, da "Il Profeta")