26 maggio 2008

Lo splendore della luce


Si racconta che un saggio, che abitava in un luogo solitario circondato da rocce e foreste, ricevette un giorno la visita di un uomo venuto nell'eremo per consultare un antichissimo manoscritto. Davanti al saggio, il visitatore dimenticò subito il motivo della sua venuta. Affascinato dallo splendore della luce, si volse verso quella luce, aprì il cuore senza nemmeno accorgersi del suo insolito comportamento. Simile all'insetto attratto dalla luce, ne provava una violenta nostalgia. Il saggio si sentì in obbligo di ricordargli il motivo del suo viaggio, ma il visitatore non se ne curava, era venuto a cercare un testo antico che avrebbe potuto senz'altro decifrare e aveva incontrato una luce abbagliante di cui si era immediatamente innamorato.
Così la farfalla rende testimonianza alla luce. Il poeta Saadi diceva all'usignolo che non era un perfetto amante. L'usignolo si meravigliò a causa della bellezza del suo canto. Il poeta consigliò all'usignolo di imparare l'amore dalla farfalla: quando la farfalla si getta nella luce, tace e muore senza dire nulla. Ecco perché rende più intenso lo splendore della luce. Questa morte nella luce conduce a un riposo per l'uomo interiore; in un certo senso è paragonabile a un sonno.
(Marie-Madeleine Davy, Tratto da Esperienze mistiche, a cura di Vincenzo Noja, Paoline, Milano 2008, pp. 259-260)

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Breve nota:
Il volume curato da Vincenzo Noja, appena uscito per le Edizioni Paoline, è una raccolta di scritti di grandi maestri della mistica, distinto in nove capitoli: 1) Dio e il regno dei cieli; 2) Purificazione e unione; 3) Amore e umiltà; 4) Morte e trascendenza della morte; 5) Preghiera; 6) Meditazione, contemplazione, silenzio; 7) Grazia e illuminazione; 8) Il nulla e la vita divina; 9) Consigli per la pratica spirituale. Segue un florilegio "dal cuore dei grandi maestri" che costituisce una sorta di scelta privilegiata da meditare quotidianamente.Il volume è piccolo di formato, ma ricco di pagine (370 ca.) e di citazioni, segno della grande conoscenza e frequentazione del curatore di tutti gli autori che cita (e sono moltissimi). E' un vero e proprio vademecum per ogni ricercatore di spiritualità vera.

4 maggio 2008

L'amicizia comporta affanni

Antonello Lotti, foto personale

Walter: Quasi quasi sono d’accordo con quelli che dicono che bisogna guardarsi dall’amicizia, perché comporta innumerevoli affanni e preoccupazioni, non è priva di timori, e porta con sé molte sofferenze. Abbiamo già tanti problemi per conto nostro, è imprudente, dicono alcuni, legarsi agli altri al punto da essere coinvolti in tanti affanni, afflizioni e fastidi.
Inoltre ritengono che niente sia più difficile del conservare per sempre l’amicizia, e, d’altra parte, sarebbe molto brutto iniziare un’amicizia per poi vederla tramutata in odio. Per questo pensano che sia meglio legarsi ad una persona, mantenendo la libertà di poterla abbandonare in ogni momento; insomma, “tenere sciolte le briglie dell’amicizia in modo da poterle tirare o allentare a piacere”.
Graziano: Avremmo proprio faticato per niente allora, tu a parlare e noi ad ascoltare, se il nostro desiderio di amicizia svanisse con tanta facilità, dopo che tu in tanti modi ce l’hai raccomandata come cosa estremamente utile e santa, tanto gradita a Dio e tanto vicina alla perfezione. Lasciamo pure questa opinione a chi desidera amare oggi in modo tale da esser libero di odiare domani; a chi vuole essere amico di tutti senza essere fedele a nessuno; a chi oggi è pronto alla lode e domani all’insulto; oggi a coccolare e domani a mordere; a chi un giorno regala baci e il giorno dopo insulti: questa amicizia si compra per pochissimo, e basta un’offesa da niente per farla svanire.
Walter: Credevo che le colombe fossero prive di fiele. Comunque, spiegaci come si può confutare questa opinione che dispiace tanto a Graziano.
Aelredo: C’è una magnifica risposta in Cicerone: “Tolgono il sole dal mondo quelli che tolgono l’amicizia dalla vita, poiché non abbiamo da Dio niente di meglio, niente che ci renda più felici”. Non è per niente saggio rifiutare l’amicizia per evitare le sollecitudini e gli affanni e liberarsi dal timore, quasi che ci sia una qualche virtù che possa essere acquistata e conservata senza impegno. Forse che in te la prudenza riesce a lottare contro gli errori, o la temperanza contro l’impurità, o la giustizia contro la malizia senza che tu debba fare una grande fatica?
Dimmi chi, soprattutto nell’adolescenza, riesce a custodire la sua purezza, o a frenare l’istinto che fa follie dietro tante voglie, senza grande sofferenza? Sarebbe stato stolto dunque l’apostolo Paolo, visto che non volle vivere libero dalla sollecitudine per gli altri, ma, spinto dalla carità, che era per lui la virtù più grande, si fece debole con i deboli, e sofferente con chi soffriva. E in più aveva nel cuore una grande tristezza, una pena continua per quelli che erano suoi fratelli secondo la carne.
Avrebbe dovuto abbandonare la carità se avesse voluto vivere senza tanti dolori e paure, ora per partorire di nuovo quelli che aveva generato alla fede; curando i suoi come una madre, rimproverando come un maestro; ora con la paura che la loro mente si potesse corrompere e allontanare dalla fede; ora lottando per la loro conversione con tanto dolore e piangendo per quelli che non volevano convertirsi. Vedete dunque come eliminano dal mondo le virtù quelli che vogliono evitare la fatica che le accompagna.
Ritengo che non siano uomini, ma bestie, quanti pensano che l’ideale sia vivere senza dover consolare nessuno, senza essere di peso o causa di dolore per gli altri; senza trarre gioia alcuna dal bene degli altri, né amareggiarli con i propri possibili sbagli; stando bene attenti a non amare nessuno né curandosi di essere amati da qualcuno.
Non mi sogno neanche di pensare che amino davvero quelli che reputano l’amicizia un affare: dicono di essere amici, ma solo con le labbra, quando hanno la speranza di qualche vantaggio materiale, oppure quando cercano di fare dell’amico uno strumento per qualsiasi infamia.

(cfr. Aelredo di Rievaulx, L'amicizia spirituale, Paoline, Milano 2004, Libro II, 45-53)

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Nota personale:

Questa nota è veramente personale, è indirizzata ad un mio amico, lui sa chi è. Forse non ha capito cosa significhi l'amicizia vera, e ama ancora quella che non dà problemi, quella che: "va sempre tutto bene". Non sa pensare che l'amico può essere adirato, come contrariato, ma non per questo viene meno l'amicizia. Non sa che l'affanno e la preoccupazione fanno parte della vita e quindi anche dell'amicizia e sono cose cui non ci si può sottrarre. Non sa che l'essere uomo significa a volte consolare, a volte essere di peso, a volte causa di dolore, anche fra amici. A volte li si amareggia, gli amici, ma altre li si rende felici. Se uno vuole negarsi tutto questo, allora nega l'amicizia, che si risolve in quella per interesse, che non ha screzi, né momenti di riflessione, ma vive soltanto della speranza di qualche vantaggio materiale. Mi spiace, carissimo, ma questa non è la mia amicizia per te: non spero niente da te, non intravedo nessun vantaggio, in questo momento e forse neanche mai, che potrai riuscire a darmi; anzi, mi inquieti, mi agiti, mi provochi, ma questo non vuol dire che il sentimento rimane condizionato da tutto ciò che di apparentemente negativo emerge. Non ti voglio bene oggi con la prospettiva di odiarti domani. Non ti cerco oggi, lasciandoti nella solitudine domani. Non dico qualcosa oggi rinnegandola domani. Se l'affanno, la preoccupazione fa parte della nostra amicizia io li accolgo come segno che è un'amicizia che ha un valore dinanzi a Dio e non come sintomi di crisi umana. Quello che avverrà domani non sono in grado di saperlo, ma quello che so oggi posso dirtelo: oggi ti voglio bene come amico, con il bene e il male che c'è nelle nostre polemiche, nei nostri discorsi. Ma a me interessano soprattutto i silenzi che dicono ciò che, spesso, la mente più brillante, non può dire. Non è importante essere mio amico, ma è importante che lo sia tu per me.