25 febbraio 2008

La fede non è questione di numeri



Legata alla questione della comunicazione c’è anche quella dello “stile”: tema fondamentale per chi è cristiano. Nella vicenda di Gesù come è stata narrata nei vangeli, lo stile è importante quanto il messaggio: chi conosce il Nuovo Testamento è consapevole dell’urgenza che l’annuncio sia accompagnato da una testimonianza di vita, da un modo di agire conforme al messaggio che si vuole comunicare. Nei vangeli ritroviamo sulla bocca di Gesù più ammonimenti sullo stile di vita e di predicazione dei discepoli – “amatevi come io vi ho amati ... imparate da me che sono mite e umile di cuore ... non fate come gli ipocriti ... non così è tra voi...” – che non sul contenuto del messaggio che è sempre semplice, sintetico, preciso.
Dal concilio Vaticano II i cattolici hanno tratto un insegnamento non sul contenuto della fede – solo chi è sprovveduto di senso ecclesiale o incerto nella fede può pensare che la fede sia cambiata nella chiesa! – ma soprattutto sullo stile: stile dello stare dei cristiani in mezzo agli altri uomini, stile nel partecipare alla vita della polis, stile nell’attuare l’evangelizzazione e la missione, stile nell’incontro con i credenti in altre religioni o con i non credenti. E questo non è affatto privilegiare la forma rispetto al contenuto, non è badare alle apparenze anziché alla sostanza, né tanto meno pensare che si tratti di addolcire una pillola amara, bensì percepire che dal “come” viene annunciata la “buona notizia” dipende la stessa credibilità dell’annuncio. Il concilio ha voluto proprio rinnovare questa credibilità: per essere percepito come meritevole di fiducia, affidabile, il messaggio di Gesù deve essere vissuto da chi lo predica, deve essere accompagnato da un agire coerente, disinteressato, gratuito, deve essere animato dall’amore per l’uomo e non dalla ricerca di potere, deve essere proclamato lasciando nella libertà gli ascoltatori, senza imposizioni e senza pressioni, con mezzi e atteggiamenti conformi a quelli usati da Gesù stesso e dalla chiesa nascente.
Lo stile con cui il cristiano sta nella compagnia degli uomini è determinante: da esso dipende la fede stessa, perché non si può annunciare un Gesù che racconta Dio nella mitezza, nell’umiltà, nella misericordia e farlo con stile arrogante, con toni forti o addirittura con atteggiamenti mondani che appartengono a stagioni della politica o della militanza sociale.
Qua e là emergono statistiche e dati che testimonierebbero un calo di fiducia nella chiesa: non crediamo che la fiducia autentica sia soggetta a interpretazioni facili, a sondaggi, a sbalzi improvvisi... ma resta vero che siamo in una società che, ci piaccia o no, guarda soprattutto all’immagine e questa deve molto allo stile. Da qui l’esigenza di vigilanza da parte dei cristiani, da qui una sana preoccupazione riguardo al “volto” di Gesù e della chiesa che riusciamo a tratteggiare per i nostri contemporanei. I cristiani non devono temere né essere angosciati per il rischio di essere letti come minoranza: ricordiamoci che secondo la bibbia indire un censimento per contarsi non è gradito a Dio. La fede non è questione di numeri, ma di convinzione profonda, di grandezza d’animo, ed è ciò che “fa” il cristiano autentico e la sua parola credibile.

(Enzo Bianchi, articolo tratto da "La Stampa" del 10 febbraio 2008 "Più umili con i laici" - ora anche sul sito: http://www.monasterodibose.it/).

17 febbraio 2008

Il dolore di non credere



Lo affermo per esperienza: il dolore di non credere è enorme e talora insopportabile. Non credere è un dolore, poiché il non credente si trova tra i credenti e si chiede quale sia la differenza, che cosa lo distingua da quegli amici che stima e con i quali condivide molte esperienze di vita e molti principi. Un dolore che si fa rabbia contro quel Dio che si mostra sempre all'amico e mai a te. Ogni sera va a casa sua e da me, che abito nell'appartamento accanto, nulla. E anche il mio è ben arredato e sono altrettanto disposto ad accoglierlo. Se viene e si fa riconoscere, io prometto di credere, ma non posso credere soltanto perché voglio credere. Basterebbe che questo Dio bussasse anche alla mia porta, dietro cui sto a origliare per essere pronto ad aprire, ma non è mai successo. Qualche sera sono stato davanti all'uscio per guardarlo mentre entrava dal mio amico, ma si è negato persino a questo atto di voyeurismo. Provo rabbia perché mi prende in giro. Io ci sono, ma se occorre essere in due, vivaddio, vieni. Mi sembri un sadico.
Quando parlo in questo modo, di solito suscito scandalo in quei credenti che non hanno letto Giobbe, e mi si ribatte con sentenze tremende, che ribadiscono come tutto dipenda da me, perché certo lui è venuto. E subito dopo con la parabola delle vergini stolte che hanno consumato l'olio e quando giungono i loro mariti non li vedono.
Non è il mio caso. Allora la sentenza alternativa: non disperare, vedrai che il Signore capita, anche se preferisce farlo nei momenti di disgrazia e di disperazione. E allora mi arrabbio, e faccio gesti scaramantici e mi indigno di fronte alla prospettiva di un Dio che mi si presenti solo dopo aver provocato una tragedia. Perché non si fa vedere in uno dei rarissimi orgasmi che la mia età rende possibili?
Il dolore di non credere si affaccia sempre, nell'ordinario, ma soprattutto in situazioni particolari: quando ci si sente deboli o impotenti nell'affrontare una difficoltà propria o dei propri cari. Quando si deve far fronte a una malattia che d'un tratto ha cambiato il nostro mondo poiché ha stravolto la gerarchia delle preoccupazioni e delle paure. Insomma, credere, per un uomo insicuro che talora è ancora più insicuro, è una medicina meravigliosa.
Il dolore più grande è il credere che esista per gli altri e non per te. Io ho amici credenti: ebbene io non dubito che loro lo abbiano incontrato, credo nel loro Dio. Ho fiducia nelle loro parole e soprattutto nelle loro testimonianze. Ma non credo nel Dio che non viene da me. Questo mi imbarazza perché mi sento uno schivato, un indegno, un appartenente alla casta degli intoccabili. Credere in Dio degli altri, ma non nel tuo.
Non credo, essendo il più fedele degli infedeli. Non credo e sono contento dei tanti che pregano perché io mi converta. Il problema è che, nel mio caso, non c'è nulla da convertire, c'è semplicemente da attendere l'incontro, e io aspetterò fino all'ultimo giorno. E anche nella morte voglio essere portato in una cattedrale, nella casa del Signore, e dargli l'ultima possibilità.

(Vittorino Andreoli, Capire il dolore, BUR, Milano 2007, pp. 76-78)

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Nota personale:

Lo psichiatra Andreoli narra le varie esperienze del dolore (non quello fisico, ma quello mentale o esistenziale). Narra del dolore della condizione umana, di quello nelle varie fasi della vita; ci parla del linguaggio del dolore, della dialettica fra dolore e speranza, con un ultimo, breve, capitolo sulla gioia che spezza il dolore, lo annulla.Si tratta di un libro da meditare, che fa pensare e riflettere su tanti aspetti del nostro vivere. Ci fa comprendere come il dolore sia non solo una categoria universale, ma un'esperienza o meglio un insieme di esperienze comuni a tutti gli esseri umani, in ogni fase della vita, in ogni momento dell'esistenza. Capire il dolore significa, come è scritto nel sottotitolo, superarlo in qualche modo, accettandolo nei suoi vari aspetti e momenti, "perché la sofferenza lasci spazio alla gioia".

10 febbraio 2008

Nell'oscurità...


Nell'oscurità...

Signore, mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? La figlia del Tuo amore, e ora diventata come la più odiata, quella che hai gettato via come non voluta e non amata. Io chiamo, io mi aggrappo, io voglio... e non c'è nessuno a rispondere, nessuno a cui mi possa aggrappare, no, nessuno. Sono sola. L'oscurità è così fitta e io sono sola, non voluta, abbandonata. La solitudine del cuore che vuole amore è insopportabile. Dov'è la mia fede? Anche nel profondo, dentro, non c'è nulla se non vuoto e oscurità. Mio Dio, quanto è dolorosa questa sofferenza sconosciuta. Fa soffrire senza tregua. Non ho fede. Non oso pronunciare le parole e i pensieri che si affollano nel mio cuore e mi fanno soffrire un'indicibile agonia. Così tante domande ancora senza risposta vivono dentro di me. temo di svelarle, per paura della bestemmia. Se c'è Dio, per favore mi perdoni, confido che tutto finirà in cielo con Gesù. Quando cerco di elevare i miei pensieri al Cielo c'è un vuoto che mi condanna, tanto che quegli stessi pensieri si ritorcono su di me come lame affilate e feriscono la mia stessa anima. Amore... Questa parola non suscita nulla. Mi viene detto che Dio mi ama, e tuttavia la realtà dell'oscurità, del freddo e del vuoto è così grande che niente tocca la mia anima. prima che l'opera iniziasse c'era così tanta unione, amore, fede, fiducia, preghiera, sacrificio. Ho fatto un errore abbandonarmi ciecamente alla chiamata del Sacro Cuore? L'opera non è in dubbio, perché sono convinta che essa sia Sua e non mia. Non sento nulla, nemmeno un semplice pensiero né tentazione entra nel mio cuore per rivendicare qualcosa dell'opera.
Sorridere tutto il tempo. Le sorelle e le altre persone fanno tali osservazioni... Pensano che la mia fede, la fiducia e l'amore riempiano tutto il mio essere e che l'intimità con Dio e l'unione con la Sua volontà assorbano il mio cuore. Se solo sapessero... e come la mia gioia è il mantello con cui nascondo il vuoto e la miseria.
Nonostante tutto, l'oscurità e il vuoto non sono dolorosi quanto il desiderio di Dio. Temo che la contraddizione possa turbare il mio equilibrio. Che cosa stai facendo, mio Dio, a una così piccola? Quando hai chiesto di imprimere la Tua Passione sul mio cuore, è questa la risposta?
Se ciò Ti porta gloria, se Tu ottieni una goccia di gioia da questo, se le anime sono portate a Te, se la mia sofferenza sazia la Tua sete, eccomi, Signore, con gioia accetto tutto fino alla fine della vita e sorriderò al Tuo Volto Nascosto, sempre.

(Madre Teresa, dal libro Sii la mia luce, Rizzoli, Milano 2008, pp. 194-6)

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Nota personale:

Il libro da cui è tratta questa lettera (senza data) di Madre Teresa è stato da poco pubblicato presso le edizioni Rizzoli. Si tratta di una testimonianza compilata grazie agli scritti più "intimi" (così è scritto in copertina) della suora di Calcutta. In questo passaggio, si parla dell'oscurità, ossia di quel periodo, durato moltissimi anni, in cui si è trovata a vivere. Senza addentrarci in speculazioni riguardo all'associazione fra la sua esperienza e quella che Giovanni della Croce definisce "notte dei sensi", possiamo solo notare come emerga dai testi l'umanità di Madre Teresa. Non una santa, sicura e ferma nelle sue decisioni, forte di una fede totale nell'opera di Dio, ma una donna fragile, esposta, come lo siamo tutti, a dubbi e incertezze, nel cammino spirituale. Ci sono stati d'animo che possiamo definire di sconforto, di tristezza, di sensazione d'abbandono, di timore di non essere amati. Questi, che tutti, a meno di menzogna, abbiamo vissuto e forse viviamo anche al presente, non devono farci scoraggiare rispetto al traguardo che abbiamo intravisto, almeno una volta nella vita. Dobbiamo continuare a sperare l'insperato, a vivere seppure con la morte nel cuore, a gioire sebbene siamo portati alla tristezza. Questo insegnamento, che viene anche da Madre Teresa, ci viene a dire che la vita spirituale non è semplice, né facile, né consolatoria. Anzi, spesso dobbiamo dubitare proprio di quelle consolazioni facili, di quel benessere, di quella sensazione di felicità che possiamo provare. La via spirituale è una via ardua che si affida, in ogni momento, bello o triste della vita, all'Eternità.