21 ottobre 2007

La ricerca interiore


Storia Zen

Durante il periodo Kamakura, Shinkan studiò la dottrina di Tendai per sei anni e poi studiò lo Zen per sette anni; poi andò in Cina, dove contemplò lo Zen per altri tredici anni. Quando tornò in Giappone, molti volevano parlare con lui e gli facevano domande confuse. Ma quando Shinkan riceveva qualche visitatore, cosa rarissima, era molto difficile che rispondesse a quelle domande.
Un giorno uno studioso di Illuminazione, un uomo che aveva una cinquantina d'anni, disse a Shinkan: «Ho studiato il pensiero filosofico di Tendai da quando ero bambino, ma c'è una cosa che non riesco a capire. Tendai sostiene che anche l'erba e gli alberi diventeranno illuminati. Questo a me sembra molto strano».
«A che serve discutere come fanno a diventare illuminati l'erba e gli alberi?» domandò Shinkan. «L'importante è come fai a diventarlo tu. Te lo sei mai domandato?».
«Non ci avevo mai pensato in questi termini» disse stupito il vecchio.«Allora va' a casa e pensaci sopra» tagliò corto Shinkan.

(tratto da: 101 Storie Zen, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Adelpi, Milano 1973)


______________
Nota personale:
A volte siamo tentati di studiare e di scoprire cose che, in fin dei conti, non hanno molta importanza, che riguardano più l'esterno che la propria intimità. E questo è un esempio tratto da una storia Zen. Il tempo della vita è dato per capire quello che siamo noi e per ricercare la Verità. Ma per fare questo non dobbiamo soffermarci su cose banali o su argomenti (comunque validi) che spesso distraggono dal compito fondamentale della nostra esistenza. Alla fine di tutte le filosofie, le teologie, le scienze e le arti di questo mondo, rimane soltanto una questione importante: ed è quella che deve diventare il vero oggetto della nostra ricerca.

13 ottobre 2007

Per giungere al Tutto


Per giungere a gustarlo tutto
non volere aver gusto in nulla
per giungere a saperlo tutto
non volere saper qualcosa in nulla
per giungere a possederlo tutto
non voler possedere qualcosa in nulla
per giungere ed esserlo tutto
non voler essere qualcosa in nulla.

Per giungere a ciò che non gusti
devi andare per dove non gusti
per giungere a ciò che non sai
devi andare per dove non sai
per giungere a ciò che non possiedi
devi andare per dove non possiedi
per giungere a ciò che non sei
devi andare per dove non sei.

Quando ti fermi in qualcosa
tralasci di lanciarti nel tutto
per giungere del tutto al tutto
devi abbandonarti del tutto al tutto
e quando del tutto tu lo venga ad avere
devi tenerlo senza nulla volere.

In questa nudità trova
lo spirito il suo riposo perché
non desiderando nulla
nulla l'affatica in alto
e nulla l'opprime verso il basso
perché è nel centro
della propria umiltà .

(Juan de la Cruz, Monte Carmelo, nella traduzione di Dario Chioli tratta dal libro L'ascesa al monte dei melograni, Psiche, Torino 2005)
_____________
Nota personale:

La via mistica è una via negationis: una strada che ricerca la Verità liberandosi di tutto ciò che non lo è, cercando il distacco da tutte quelle cose (oggetti, persone, affetti, pensieri, etc.) che non permettono di raggiungere uno stato di unione. Per arrivare al Tutto occorre lasciare tutto. Per gustare il Tutto, occorre perdere il gusto in ogni cosa. Certo, si tratta di una via e di un insegnamento quasi impossibile guardando al mondo d'oggi, così legato alle cose, alla materialità di cui sembra non poter fare a meno. L'uomo è solo un consumatore, che deve possedere le cose. L'insegnamento della mistica è tutt'altro. L'uomo, più possiede, meno ha, secondo quando Juan de la Cruz afferma con tanta profondità e poesia. Tutta la nostra vita dovrebbe invece essere un esercizio (= ascesi) di distacco, in un abbandono fiducioso nelle mani di Dio, che è Verità assoluta, l'unico di cui abbiamo veramente bisogno.

11 ottobre 2007

Siamo stati cercati


Forse che noi per primi abbiamo cercato Cristo, o non è stato lui invece il primo a cercarci? Forse che siamo stati noi, i malati, a recarci dal medico, e non è stato invece il medico a venire dai malati? Non è stato forse il pastore a cercare la pecora che si era perduta, il pastore che, lasciate le novantanove, la cercò e la trovò, riportandola lieto a casa sulle sue spalle? Non si era forse perduta la dracma, e la donna, accesa la lucerna, non la cercò per tutta la casa finché non l'ebbe trovata? E come l'ebbe trovata, Rallegratevi con me, - disse alle vicine - perché ho trovato la dracma che avevo perduto (Lc 15, 4-9). Noi pure c'eravamo perduti come la pecora, come la dracma; e il nostro pastore ha ritrovato la pecora, non senza averla cercata; la donna ha ritrovato la dracma, ma solo dopo averla cercata. Chi è questa donna? E' la carne di Cristo. E la lucerna? Ho preparato la lucerna per il mio Unto (Sal 131, 17). Dunque, siamo stati cercati perché potessimo essere ritrovati; ritrovati, possiamo parlare. Non andiamo in superbia, perché prima d'essere ritrovati eravamo andati perduti, e siamo stati cercati. E quelli che amiamo, allora, e che vogliamo guadagnare alla pace della Chiesa cattolica, non ci dicano più: Perché volete farlo? perché ci venite a cercare, se siamo peccatori? Appunto per questo vi cerchiamo, perché non vi perdiate; vi cerchiamo perché anche noi siamo stati cercati; vogliamo ritrovarvi, perché anche noi siamo stati ritrovati.

(S. Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 7, 21)

______________
Nota personale:
Cercare ed essere cercati: in questo equilibrio si fonda l'esperienza cristiana che non è ricerca di saggezza personale o di illuminazione, ma appunto esperienza di un Dio che si fa vicino alla vita dell'uomo attraverso una chiesa, ossia persone e gruppi che appartengono ad un'esperienza di fede. Dio si incarna in queste realtà umane, con tutte le difficoltà presenti. Ma quanti gruppi o singoli che appartengono a certe realtà ecclesiali vanno veramente a cercare le persone, ad indicare una strada percorribile, un sostegno, una guida, un'accoglienza? Quante si ricordano di essere state cercate per primo, amate per primo, prima di poter amare e cercare altri? Il fatto è che sono veramente pochi coloro che cercano, che indicano una strada, coloro che accolgono, abbracciano, amano, testimoniando così che l'esperienza cristiana è il ritrovarsi uniti in un Cristo accogliente e amante. E i primi ad avere difficoltà sono proprio i pastori di quel gregge che Cristo ha unito, ricercandone anche l'unica pecora che era andata perduta.

7 ottobre 2007

Disposto alla speranza


Non solo si affligge, l'uomo, al pensiero dell'avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, e anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre. Ma l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente quando aborrisce e respinge l'idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell'eternità che porta con sé, irriducibile come è alla sola materia, insorge contro la morte. Dunque, una nativa vocazione alla trascendenza dispone naturalmente l'uomo alla speranza, e questa angosciante certezza della morte non nega in lui il desiderio del mistero, al di là di se stesso, quale principio di salvezza del proprio essere. la morte è resa momento nodale, carico di significato, tra la condizione del presente dell'esistenza e quella conclusiva; rivela la speranza come legame tra storia ed eternità, come approdo essenziale per la realizzazione del progetto eterno della vita. La speranza si inserisce nel dramma storico della salvezza, dove Cristo, con la sua morte, ha cambiato la statuto della morte umana facendone un momento, decisivo, del passaggio alla vita nuova. La speranza è prova e discernimento, ha un senso umano, ma, al tempo stesso, ne possiede anche uno che non si ricollega al solo desiderio o alla sola esperienza dell'uomo: va ricondotto alla promessa di Dio. Senza Gesù Cristo, nasciamo solo per morire; in lui l'uomo muore per nascere, ricevendo la vita. Si riscontra, nella croce del Cristo, una nuova luce di speranza: la storia, nonostante l'oscurità del male e l'intollerabile carico di sofferenza, è rischiarata da un gesto che sorregge il peso del vivere quotidiano. La speranza non ha sminuito in alcun modo il peso della morte: anche per Gesù questa è una terribile realtà. Gesù non pone la morte tra parentesi, cercando di fuggire da essa o semplicemente accettandola in modo stoico, nella sua inevitabilità; e neppure cerca di giustificarla con l'attribuzione di un valore etico, leggendola alla luce di una speranza di risurrezione e di vita, che la renderebbe solo transitoria. Ad essa offre il suo specifico senso personale e la assume per quello che in realtà significa: lo sradicamento della vita e la lacerazione di ogni rapporto. Non acquista un valore significativo in se stessa, ma per il suo legame all'orientamento fondamentale di tutta una vita. Non può essere in alcun modo banalizzata e ridotta a un appuntamento occasionale e purtroppo inevitabile: si inscrive nel senso e nel significato di tutto un tragitto esistenziale che porta a Gerusalemme. Gerusalemme è libertà-per-l'altro, luogo di confronto tra l'uomo e Dio, tra croce e gloria; spazio comune di quelle due libertà e fedeltà che si incontrano nel momento decisivo e definitivo per ogni storia. Gerusalemme è luogo della speranza; fa rileggere la morte e il morire dell'uomo nella prospettiva della libertà obbediente che si fa donazione: libertà, come scelta personale e consapevole di recarsi all'appuntamento; obbediente, perché la scelta diventa accoglienza e fedeltà a un progetto che, malgrado la sua tragica configurazione, è dono di salvezza; donazione, in quanto tutto passa attraverso la motivazione stessa dell'offerta: l'amore, totale dono di sé all'altro. Solo questo amore fiducioso qualifica l'obbedienza e la fedeltà umane di Gesù alla croce, come atto supremo di libertà. In questo dinamismo personale di libera donazione, si ricomprende l'opacità, disperante, della certezza della morte e, proprio perché ne conserva intatta tutta la drammaticità, apre all'incontro fiducioso della risposta fedele e gratuita di Dio.

(Orazio Francesco Piazza, La speranza. Logica dell'impossibile, Paoline, 1998)

6 ottobre 2007

Impedimenti


Impedimenti che possono provenire alla perfezione da altri oggetti esteriori piacevoli

L'amore disordinato ai parenti

Non sono soltanto le ricchezze, la gloria e l'onore mondano quegli oggetti esteriori pericolosi, che con la loro attrazione allontanano l'uomo devoto dalla perfezione. Ve ne sono altri, non meno lusinghieri, che attraversano il suo cammino spirituale e sono di grande ostacolo al suo progresso. Tra questi sono da porre in primo luogo i parenti, i quali con le attrattive del sangue, con l'affetto del cuore, con la familiarità del tratto, hanno la forza di ingenerare nei nostri petti un amore poco conforme, e talvolta del tutto alieno, da quelle leggi che la carità cristiana ci prescrive; e per conseguenza hanno la forza di allontanarci dalla perfezione cristiana, che si fonda tutta sulle leggi della carità.
Se ciò non fosse vero, Gesù Cristo non avrebbe dette quelle parole: «Se qualcuno viene dietro a me, e non odia il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle ed anche la propria vita, non si illuda, perché non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). E neppure avrebbe fatto quelle splendide promesse: «Chiunque lascerà la casa, i fratelli, le sorelle, o il padre, o la madre, o la moglie, o i figli, o i campi per amor mio, riceverà il centuplo su questa terra e avrà la vita eterna nel cielo (Mt 19,29)».
Se dunque non può essere seguace e discepolo di Gesù Cristo chi, con odio santo, non abbandona, o almeno non lascia d'amare disordinatamente i congiunti di sangue, bisogna dire certamente che quest'amore disordinato ai parenti è di grande impedimento alla sequela e all'imitazione di Cristo, e conseguentemente alla perfezione del cristiano. Se il Redentore promette qui un premio centuplicato, ed in futuro una gloria eterna ed immortale a chi si separa dai parenti più stretti, lasciandoli in abbandono, bisogna credere, con ogni fermezza, che in questo generoso distacco è posta una grande perfezione; e all'opposto, sarà una grande imperfezione l'essere esageratamente attaccato ai propri congiunti.

(Giovanni Battista Scaramelli (1687-1752), Direttorio Ascetico)

5 ottobre 2007

Le questioni ultime


La miseria che c'è qui è veramente terribile - eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce - non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine od orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima, ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch'io una piccola parolina. C'è un limite a tutte le sofferenze, forse a un essere umano non è dato da sopportare più di quanto non possa - oltrepassato quel limite, muore da sé. Ogni tanto qui muore qualcuno perché il suo spirito è a pezzi e non riesce più a capire, in genere sono persone giovani. Le persone anziane sono piantate in un terreno più solido e accettano il loro destino con dignità e rassegnazione. Sì, qui si vede una gran varietà di persone e si può osservare il loro atteggiamento verso le questioni più ardue, le questioni ultime.

(Etty (Esther) Hillesum, 1914-1943, Lettera del 3 luglio 1943, Campo di Westerbork)

Riferimento internet: http://www.ettyhillesumcentrum.nl/