30 settembre 2007

Pace tra fede e ragione


La pace tra fede e ragione come fondamento di ogni altra pace
di Aldo Stella


La Lettera Enciclica “Fides et Ratio” costituisce un autentico manifesto per la Spiritualità del nuovo millennio. In essa, infatti, allorché si afferma, nel Prologo, che l’anima dell’uomo è come una colomba, la quale può elevarsi a contemplare la verità solo se utilizza entrambe le sue ali, e cioè la fede e la ragione, si mette in evidenza che una fede, che non si pacifichi con la ragione, è una mera superstizione e una ragione, che non si pacifichi con la fede, configura un intellettualismo pretenzioso e credulo. Con tale Enciclica, dunque, si decreta la fine di un conflitto millenario tra la fede e la ragione, giacché è la fede che riconosce la propria vocazione intrinsecamente razionale: chi crede, infatti, intende che sia vero ciò in cui crede e che sia vero in sé, nel senso che la sua verità non sia il prodotto della fede dell’uomo, come pretenderebbe Feuerbach. Per questa ragione acquista pieno significato il passo del Vangelo di Giovanni in cui si invita a cercare la Verità, dal momento che solo la Verità autentica libera dalle false verità, dagli idoli. Per converso, la ragione non potrà pensare di essere essa la Verità, ma solo la tensione verso la Verità, da quest’ultima evocata e orientata. Ragione è intenzione di verità e lo in-tendere non può ridursi al pre-tendere di essere pervenuti ad una qualche conoscenza che venga assunta come la verità. Chi pretende di possedere la verità, e questo vale per ogni forma di conoscenza, inclusa quella scientifica, diventa arrogante e vuole imporre la propria verità agli altri, non accorgendosi che egli crede di sapere, senza avvedersi che la sua è una fede ingenua: egli non sa di credere e crede di sapere. Anche quando si arriva ad una conoscenza che appare come massimamente evidente, dunque, non si dovrà mai dimenticare che l’evidenza risulta tale solo a muovere da assunti, che vengono presupposti acriticamente, senza venire discussi: vengono, cioè, assunti fideisticamente. Per evitare l’insensata assolutizzazione dell’opinione (la doxa) si dovrà, allora, ricorrere al dialogo, che indica la necessità di passare attraverso (dia) la ragione (logos) dell’altro per andare oltre i limiti del proprio punto di vista e aprirsi alla ragione autentica (il Logos), che permane l’Ideale del pensare, mai riducendosi ad una conoscenza di fatto raggiunta. A nostro giudizio, la pace tra la fede e la ragione, e solo tale pace, può creare le condizioni per ogni altra pacificazione, sia interiore che esteriore. Risulta ingenuo, pertanto, pensare che la pace possa realizzarsi solo con interventi politici o agendo nel tessuto sociale. Certo, tali interventi sono importanti, ma soltanto se guidati da una prospettiva ideale che indichi come l’unità tra gli uomini può realizzarsi in virtù della comune intenzione rivolta alla Verità. La pace, alla luce di quanto detto, non può quindi venire considerata il fine della ricerca, ma il mezzo più adeguato per realizzarla. Se si commette l’errore di assumere il mezzo come fine, ci si espone al rischio di considerare la pace come il Bene, laddove non può esserci pace dove c’è ingiustizia, sopruso, inganno. Questo non significa che il male debba essere combattuto con strumenti “maligni”; significa, piuttosto, ricordare che combattere il male è un dovere, così che quelle concezioni che non riconoscono l’emergenza del Bene sul male debbono venire considerate, esse, il male per eccellenza. Non per nulla, il Cristo è venuto con la spada, per separare prima e ricongiungere poi: separare il bene dal male, affinché nel Bene, e solo nel Bene, ci si possa poi tutti ricongiungere. E cercare il Bene, orientare cioè al Bene ogni pensiero e azione, è il compito dell’uomo: non la pretesa di dire che “questo” è bene, ma l’intenzione pura di anteporre il Bene al proprio presunto bene, al vantaggio personale, alle pretese egoiche. Non dimenticando mai che chi vuole solo il proprio bene finisce per fare solo il proprio male. Fede, insomma, è l’affidarsi alla Verità, confidando che sia la Verità a guidare la ricerca: ciò può realizzarsi solo se vengono messe tra parentesi le pretese dell’ego. Se, invece, si pensa di essere in grado di possedere la verità, allora si è già assunto l’ego come unica verità: la verità che funge da criterio di ogni altra. Ma se l’ego fosse la verità, perché il suo dolore? Perché il suo inappagato ricercare?


L'immagine è di Ugo Nespolo

Il distacco gnostico


In un numero recente de La Civiltà Cattolica, quindicinale dei Gesuiti [2007 II 538-550, quaderno 3768 del 16 giugno 2007], il padre Giuseppe de Rosa scrive un articolo dal titolo Che cos'è lo gnosticismo? Eccone un riepilogo: il termine gnosticismo (che compare soltanto nel XVIII secolo) definisce un fenomeno religioso che si era sviluppato nei secoli I-IV d.C., influenzato dalla cultura filosofica dell'epoca che recava vari apporti: giudaici, cristiani e neoplatonici. Il termine greco gnōsis (= conoscenza) si riferisce ad una sorta di illuminazione riservata a pochi iniziati, grazie alla quale pervengono alla visione del divino e della verità e alla propria salvezza personale. Dinanzi a tale conoscenza privilegiata, la fede e le opere buone non rivestono alcuna importanza. C'è inoltre un elemento comune ai vari movimenti gnostici che è la contrapposizione fra spirito e materia, anima e corpo che ha prodotto da un lato un ascetismo spiccato, dall'altra un rifiuto di qualsiasi legge morale (che rimarrebbe comunque inferiore alla gnosi). Si distingue una gnosi volgare (Cerinto, Simon Mago, Carpocrate, Menandro) divisa in numerose sette (ofiti, berbelioti, perati, cainiti, etc.), in cui prevalgono le pratiche magiche e gli elementi astrologici babilonesi; e una gnosi dotta, che ha il suo centro principale in Alessandria, rappresentata da figure di notevole spessore speculativo (Basilide, Valentino, Marcione). Quest'ultima fa largo uso del concetto neoplatonico di emanazione. Da Dio, Essere infinito, Eone perfetto ma anche Abisso, procedono vari eoni inferiori che formano tutti insieme il Pleroma, o pienezza del divino. Da questo deriva, per degenerazione, il mondo materiale, ordinato invece da un inferiore Demiurgo. Secondo Valentino, gli eoni sono trenta e formano assieme il Pleroma; essi procedono per emanazione dalla divinità in coppie dette sigizie, disposte secondo una gerarchia decrescente che giunge fino alla materia. In senso derivato, eone significa epoca storica, evo.
«L'uomo, la cui anima contiene una scintilla della luce divina, si trova a sua volta perduto nel corpo. Per la sua salvezza Dio invia un altro eone, Gesù il Salvatore, la cui incarnazione e morte sono però da intendersi come puramente simboliche. Gli iniziati, illuminati dalla conoscenza recata da Gesù, potranno allora salvarsi, risalendo dopo la morte al Pleroma con un viaggio a ritroso cui corrisponde un progressivo abbandono degli aspetti materiali e corporei» (cfr. Enciclopedia Garzanti di Filosofia).
G. De Rosa afferma che «per tale motivo lo gnosticismo si oppone radicalmente a Cristo quale è creduto dalla fede cristiana e al cristianesimo, per il quale è la "fede" in Cristo che salva, non la "conoscenza" del proprio sé». E termina l'articolo scrivendo: «Lo gnosticismo, per il suo alone esoterico ed elitario, rappresentava un grave pericolo e una grave minaccia per la Chiesa. Di qui il vigore con cui fu combattuto dai Padri della Chiesa dei primi secoli, in particolare da sant'Ireneo, sant'Ippolito e sant'Epifanio. Ma esso sarebbe sopravvissuto alla sua sconfitta in forme nuove; per cui anche oggi costituisce per i cristiani un pericolo per la loro fede e la loro pratica cristiana».
Concordo con l'analisi condotta, sebbene dal IV secolo ad oggi, il carattere elitario della conoscenza che salva abbia assunto forme diverse dallo gnosticismo, forme che hanno permeato anche il terreno della Chiesa. Ma al di là di queste considerazioni personali, è interessante esaminare la parte dell'articolo (p. 549 del quaderno) che titola Lo stile gnostico di vita. Riporto le affermazioni fra virgolette e un breve commento:

  • «Egli sente di non essere di questo mondo di male e di tenebre, ma di essere uno straniero»: in realtà noi siamo di questo mondo e che questo sia un mondo anche di male e di tenebre è sicuro visto che Gesù (che non era di questo mondo cfr. Gv 8, 23) è venuto per salvarci da questa realtà. Si prega da sempre con il Salve Regina e si dice «A te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime» in cui è chiaro che il mondo in cui viviamo è questa valle di lacrime e non certo un paradiso. Ripercorrendo la storia della salvezza del popolo di Israele, si legge nella lettera agli Ebrei 11, 13-16: «Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città».

  • «Sente poi la meschinità, la vanità di questa vita, ossia l'inconsistenza dei beni e dei valori per i quali gli esseri umani si affannano: disprezza, perciò, la ricchezza mondana e vive in povertà»: Dice il vangelo di Luca 10, 41-42: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». E ancora: «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19, 24). Oppure: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi» (Lc 18, 22). O anche: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8, 9). Non si tratta certo di disprezzare la ricchezza mondana, qualora si abbia a disposizione, ma di usarla correttamente e soprattutto avere la forza e la capacità di allontanarsene, se necessario, senza rimpianti e senza desolazioni.

  • «Intimamente distaccato da tutto e da tutti, lo gnostico è un uomo che "parla poco e poco ascolta". Egli si sottrae alla verbosità e alle discussioni»: il distacco dai beni materiali, dalle persone, da tutto ciò che ostacola il vero rapporto (che è quello con Dio), compresa la parola, per giungere al Silenzio che parla veramente al cuore è fondamentale per ognuno di noi, non solo per lo gnostico. Ci sono ordini costituiti nella Chiesa di monaci contemplativi, che vivono il distacco dalle persone e dal dialogo fraterno (ad es. i Certosini) in una vita di solitudine quasi totale; anche essi come molti altri si sottraggono volontariamente alla verbosità e alle discussioni inutili di questo mondo per rifugiarsi in un eremo o in un convento, in cui non parlano se non con Dio e non ascoltano se non ciò che Dio vuole comunicare loro.

Mi viene ora la domanda: quante persone, anche nella Chiesa, amano parlare più che ascoltare; quante amano le ricchezze e i beni materiali piuttosto che lo spirito e la povertà; quante godono nel mostrarsi piuttosto che nel nascondersi agli occhi del mondo.....?

29 settembre 2007

Diventare nulla


"Il giusto vive nell'eterno" (Sapienza 5,16).

Un uomo giusto è quello conformato e trasformato nella giustizia. Il giusto vive in Dio e Dio vive in lui, quando Dio viene generato nel giusto e il giusto in Dio. Infatti da ogni virtù del giusto Dio viene generato e rallegrato. E non solo da ogni virtù ma da ogni opera, per quanto piccola, compiuta dal giusto nella giustizia: da essa Dio è rallegrato, anzi, pervaso di gioia, dato che niente resta nel suo fondo che non frema di gioia. La gente rozza deve crederlo, ma le persone illuminate devono saperlo.
Il giusto non cerca niente con le sue opere. Infatti chi cerca qualcosa con le proprie opere, o chi agisce per un perché, è un servo e un mercenario. Se vuoi dunque essere conformato e trasformato nella giustizia, non cercare niente con le tue opere e non aver di mira alcun perché, né nel tempo né nell'eternità, né in ricompensa né in beatitudine, né in questo né in quello, perché tali opere sono davvero tutte morte. Sì, anche se prendi Dio come fine, tutte le opere che puoi compiere per quel fine sono morte, e così corrompi le opere buone. Se vuoi, dunque, vivere e vuoi che vivano le tue opere, devi essere morto e diventato nulla per tutte le cose. E' proprio della creatura fare qualcosa da qualcosa, ma è proprio di Dio fare qualcosa dal nulla. Se, dunque, Dio deve compiere qualcosa in te o con te, devi prima esser diventato nulla. Perciò scendi nel tuo fondo e opera là: le opere compiute là sono tutte vive. Perciò il sapiente dice: "Il giusto vive". Infatti in quanto è giusto, opera, e le sue opere vivono.

(Meister Eckhart, Sermoni, n.39, "Il giusto vivrà in eterno")

Concedimi un cielo


Alcuni versi della poetessa Emily Dickinson (10 dicembre 1830-18 maggio 1886).
Il linguaggio poetico è quello che più si avvicina ad esprimere l'esperienza mistica, tra un gioco di detto e taciuto, di parola e silenzio. Nella sezione del sito "Linguaggio mistico e poesia" si è trattato proprio di questo.

Per quanto riguarda invece la figura di Emily Dickinson e le sue opere (poesie, lettere e frammenti di prosa), consiglio il sito a lei dedicato: http://www.emilydickinson.it/ in cui Giuseppe Ierolli ha tradotto in italiano (con il testo inglese originale a fronte ed un commento personale) molte delle poesie di Emily.


Così persuasa , in tal modo pregavo:

Grande Spirito - concedimi un Cielo

non vasto come il tuo, che però sia

sufficiente per me -

* * * * *
[And so - upon this wise - I prayed -

Great Spirit - Give to me

A Heaven not so large as Your's,

But large enough - for me -]

(Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, n. 476)

28 settembre 2007

Il mio piccolo nulla

Le parole raccolte dalla Madre Agnese negli ultimi mesi di vita di Teresa di Lisieux (morta il 30 settembre 1897), vennero stampate in un volumetto dal titolo Novissima Verba. In questo testo sono riportate parole precise e schiette, dettate dalla fede, ma soprattutto dalla sofferenza di Teresa, negli ultimi mesi della sua breve vita. Eccone un piccolo estratto da meditare:

"Le parlavo delle illuminazioni interiori che si hanno talvolta riguardo al Cielo. E lei: Per me, non ho lumi se non per vedere il mio piccolo nulla, mi fa più bene questo, che le luci sulla fede."

(Teresa di Lisieux, Novissima Verba, 13 agosto)