22 gennaio 2012

Il simbolo del silenzio


Foto personale

Il silenzio è un simbolo che ha più dimensioni o strati e che indica pertanto più direzioni. Esso trae la sua forza dalla situazione di vita con cui è di volta in volta in relazione. La vita può essere vissuta a varie profondità. Ciò che chiamiamo «silenzio» proviene da queste differenti profondità della vita e, se noi siamo disposti, può guidarci fin dentro a esse.
Sulla scorta dei quattro stati del brahman (dell'Essere) - la veglia, il sogno, il sonno profondo privo di sogni e lo stato al di là di ogni stato - possiamo distinguere nel silenzio quattro momenti ben distinti:
  • Primo: il soffocamento delle parole. Si tace nonostante si abbia molto da dire. Si tace per prudenza, per accortezza o per paura. Tale silenzio è un ammutolire. Esercita una violenza, mozza il respiro. Calcola mentre distingue e separa. Nel separare isola il vivente e gli toglie il respiro vitale. Impedisce il flusso della vita.
  • Secondo: lo sbigottimento delle parole. Si tace per la mancanza di parole adeguate. Si tace per smarrimento, per inadeguatezza o per insipienza. È un silenzio che produce distanza, che rifugge il contatto. Lascia atrofizzare e consumare il rapporto vivo. Nell'isolamento sta in agguato la morte.
  • Terzo: l'inadeguatezza delle parole. Si tace perché si avverte di essere alle prese con qualcosa di inesprimibile. Si tace per impossibilità di esprimere ciò di cui si è avuta esperienza. Si ha sentore dell'indicibile e se ne è consapevoli. È il silenzio di chi rimane senza parola. Lo stupore dinanzi al mistero. Il suo pericolo è l'irrigidirsi e il rimanere bloccati. Qui l'uomo, per lo più inconsapevolmente, è posto dinanzi a una decisione: affermare la vita o scegliere la razionalità. La razionalità: il tentativo di tradurre l'indicibile in parole e in concetti. La vita: il rischio di lasciarsi prendere dall'indicibile rimanendo nel silenzio. Ciò porta alla quarta distinzione.
  • Quarto: l'assenza di parole. Il silenzio, qui, non è uno «stare in silenzio», un azzittirsi in mezzo al frastuono. E non è neppure un tacere perché non si ha niente da dire; piuttosto, si tace perché non c'è nulla da dire o, perché "ciò che la parola non dice" è (brahman). Qui la parola non esaurisce la realtà. Il silenzio è il silenzio della parola. La parola non è più presente. Resta solo il silenzio. Non è l'annientamento della parola, ma la sua assenza - dal momento che non si presenta più nulla di "essente". Ciò di cui non si può parlare è proprio ciò che deve essere esperito in quanto silenzio.

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    Nota personale:
    Propongo un breve estratto dal libro di Raimon Panikkar, La dimora della saggezza, Mondadori, Milano 2005, pp. 97-98 che questo Autore ha voluto scrivere sul silenzio., brano già pubblicato in una vecchia pagina di www.mistica.info. Panikkar, sacerdote cattolico di padre indiano e madre spagnola, è stato sicuramente una persona ricca di varie esperienze che spesso cerca di riunire per offrire una visione unitaria. Affascinato dalla mistica, come dalla filosofia occidentale ed orientale (in particolare induismo, ma non solo), nei suoi libri offre queste sue riflessioni e ricerche molto stimolanti. Fra le varie pubblicazioni, ricordo qui la conversazione Tra Dio e il cosmo, Laterza, Bari-Roma 2006 e L'esperienza della vita. La mistica, Jaca Book, Milano 2005.

15 gennaio 2012

L'amore che realizza la luce


La vita è questo: una conoscenza del mistero divino. Il mistero divino è l'Amore, il movimento con cui l'Essere si dona a in se stesso a se stesso. Adamo ed Eva vivevano perché conoscevano questo mistero. Vedevano questo Amore donarsi nel più profondo della loro anima. Dio era là, in questa sorgente radicale del loro essere; vi ripeteva e vi realizzava incessantemente la sua parola di vita, la comunicazione del suo Spirito: "Facciamo l'uomo a norma della nostra immagine, come nostra somiglianza" (Genesi 1, 26).
Adamo vedeva questo Dio e questo dono, e si donava come Lui, riproduceva questo dono; rifletteva questo tratto essenziale che è la vita divina; diveniva immagine e somiglianza, cioè Figlio.
Guardando il frutto proibito e il demonio che lo presenta, ha perso di vista questo amore; ha smesso di donarsi e in lui il movimento di vita si è arrestato: è entrato nell'ombra di morte; vi ha fissate la sua anima e la sua discendenza:; "Coloro che siedono nelle tenebre e nell'ombra della morte".
Il Figlio dell'uomo viene dal paese in cui si ama, dalla patria del dono di sé; Egli viene a donarsi per mostrare di nuovo che Dio si dona, il modo in cui si dona e cosa deve fare l'uomo per tornare ad essere immagine e somiglianza. Viene a manifestare questo Spirito che è lo Spirito di Dio, il movimento della vita eterna. Eccolo questo Spirito: "Dio infatti ha tanto amato il mondo, che ha dato il Figlio suo Unigenito" (Giovanni 3, 16). Ecco il nuovo dono di sé in cui Dio rivelerà la vita che è in lui: il dono di suo Figlio che sarà crocifisso nel deserto; Dio si dona donandolo, dona di vedere che cos'è la sua vita, dona di viverla, ossia di donarsi. Il Figlio di Dio innalzato in croce offre l'uno e l'altra, la luce che vede l'amore, e l'amore che realizza la luce.

(Augustin Guillerand, tratto da Esperienze mistiche. Negli scritti dei grandi maestri, (a cura di) Vincenzo Noja, Paoline, Milano 2008, pp. 146-148)

10 gennaio 2012

Ho avuto compassione di te


Shibli, un mistico di Bagdad, morì nel 945. Dopo la sua morte, uno dei suoi amici lo vide in sogno e chiese: “Come ti ha trattato Dio?”. Egli disse: “Mi pose davanti a Lui e mi chiese: «Abu Bakr, lo sai perché ti ho perdonato?». Io dissi: «Grazie alle mie opere buone». Egli disse: «No». Io dissi: «Grazie al mio pellegrinaggio, al mio digiuno e alle preghiere obbligatorie». Egli disse: «Non è per questo che ti ho perdonato». Io dissi: «Grazie ai viaggi per acquisire sapere, e perché sono stato dagli uomini pii». Egli disse: «No!». Io dissi: «0 signore, queste sono le opere che portano alla salvezza che ho posto sopra ogni altra cosa e grazie alle quali ho pensato che Tu mi avresti perdonato». Egli disse: «Ma non è a causa di tutte queste cose che ti ho perdonato». Io dissi: «O signore, allora perché?». Egli dis­se: «Ti ricordi quando stavi andando per i vicoli di Bag­dad e hai trovato un gattino che era diventalo debo­lissimo per il gelo e saltava da muro a muro per tro­vare riparo dal freddo tagliente e dalla neve, e per pietà lo hai preso e lo hai infilato sotto la tua pelliccia, sal­vandolo così dalle sofferenze dovute al freddo?». Io dis­si: «Sì, mi ricordo!». Egli disse: «Tu hai avuto compas­sione per questo gatto, per questo ho avuto compas­sione di te»”.

Novella araba
 
(tratto da La saggezza dell’Islam. Un’antologia di massime e poesia, a cura di Annemarie Schimmel, Feltrinelli, Milano 2008)
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Nota personale:
Il termine “compassione” viene dal tardo latino compassiōne, derivato da compăssus, participio passato di compăti, ossia “patire insieme con”. Spesso, nel mondo moderno, ha una connotazione negativa. Compatire significa in qualche modo porsi dall’alto in basso, mentre il suo significato originario ha proprio quello di porre due persone sullo stesso piano, del sentire insieme, del provare le stesse emozioni, gli stessi sentimenti. Mentre alcuni criticano questo termine, io lo trovo del tutto positivo: Dio si è abbassato al livello dell’uomo, ha avuto compassione di lui, non ha ritenuto disdicevole porsi al suo servizio per poterlo poi innalzare.
Un altro termine interessante è quello di “misericordia”, molto simile. Scrive P. Renato Russo, ofm in un’intervista che era stata pubblicata nella sezione (ora non più presente, ma in attesa di nuova ricollocazione) dei “Contributi” del sito www.mistica.info: “La misericordia di Dio è la compassione di Dio per la mia vita. Vuol dire che il suo cuore si abbassa al livello del mio cuore e cioè che il suo cuore è con i miseri e quindi con la mia vita. E quindi sente la mia vita, la comprende e la capisce”. La misericordia è veramente grande, un grande amore che supera la giustizia. Se tutti dovessimo portare davanti a Dio, per ottenere la sua misericordia e il suo perdono, soltanto le nostre opere buone, le nostre preghiere, i nostri sacrifici, i digiuni e tutto il resto comandato da leggi più umane che divine, otterremmo tutti la medesima risposta, secondo quanto raccontato nella novella araba: Dio non guarda a queste cose esteriori, ma legge dentro l’uomo e, a volte, può bastare solo un atto di bontà e di compassione, di generosità e di misericordia, per poterci salvare. Credo sia il caso che ognuno, più o meno devoto, rifletta seriamente su quanto questa storia può dirci.

07 gennaio 2012

Il vero discepolo




Un uomo andò a trovare un Sufi e gli disse: "Vorrei diventare tuo discepolo". Il Sufi gli chiese: "Vorresti diventare discepolo di un cane?". "No", rispose l'uomo. "Allora non puoi seguire la nostra via, dato che io stesso sono discepolo di un cane, e che dovrai considerare il mio maestro superiore a me". "Ma come puoi essere discepolo di un cane?", chiese l'aspirante discepolo."Perché un giorno ho visto un cane trattare con bontà un altro cane che gli aveva fatto un segno di sottomissione". Il visitatore protestò: "Ma tu hai la tua scuola, il tuo centro di studi, frequentato da allievi che ti trattano col più grande rispetto! Tu hai raggiunto uno stadio in cui non ci si occupa più di come si comportano i cani". 
"Tu descrivi ciò che desideri", disse il maestro. "Tu desideri un insegnamento con rituali regolari, segni esteriori di rispetto e un centro visibile di studi. Tu non cerchi di essere un Sufi: cerchi di far parte di una comunità di questo genere. Non è la stessa cosa".
"Ma se io sono stato attratto dalla tua forma esteriore, è certamente per colpa tua, perché è proprio sotto questa forma che ti presenti al mondo".
"Ciò che il mondo pensa è un conto: ciò che il discepolo comprende è un altro", disse il Sufi. "Se ciò che ti interessa è il rituale, la comunità, la musica, il lavoro, il servizio - o piuttosto ciò che intendi per queste cose - allora hai un gran bisogno di quelli che possono istruirti con altri metodi. Prestarsi alle tue esigenze superficiali non è Sufismo, anche se tutti pensano che lo sia".

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Nota personale:

Fra  vari insegnamenti dei mistici islamici (Sufi), c'è quello di raccontare storie edificanti. Nei libri di Idries Shah, nato nel 1924 nell'India del Nord, Cercatore di verità e La strada dei Sufi, editi da Ubaldini Editore, ci sono molte di queste storie. Ne ho scelta una, tratta dal primo volume. Troppo spesso, per seguire un percorso spirituale, ci rivolgiamo ad una istituzione (che sia una religione, un gruppo, una comunità, un movimento o una scuola) e dimentichiamo che spesso tale scelta è  frutto soltanto di un nostro desiderio. Tale desiderio non risponde al bisogno metafisico di verità, tipico del vero ricercatore, ma piuttosto a quello di ricevere una qualche rassicurazione: trovare un ambito che accolga e tranquillizzi (la persona ed anche la coscienza). Il vero Sufi (come il vero spirituale) è invece colui che cerca la verità non nella forma esteriore ma nella sostanza, nel profondo del cuore, e sa accettare anche di percorre un cammino solitario. E sa inoltre che il vero maestro non è colui che sa insegnare, ma colui dal quale il discepolo riesce a trarre insegnamenti, chiunque sia e in qualunque forma ci si manifesti..

(Già pubblicato in www.mistica.info - l'immagine è tratta dall'interessante blog: http://www.occhioalcuore.it/)

24 dicembre 2011

Natale nel silenzio del cuore


Figli carissimi! Vi daremo ora la benedizione; a voi qui presenti, ai vostri cari, alle vostre famiglie, a quanti avete nel cuore, vicini e lontani. La daremo a questo Nostra Città, sede della Nostra Diocesi e centro della Chiesa cattolica; alla Chiesa intera vuol giungere questa Nostra benedizione, a tutti i popoli della terra, a questa Italia, patria Nostra terrena; e a tutti la benedizione vuole oggi recare l’augurio, lieto ed efficace, del buon Natale. Buon Natale!, buon Natale!
Come può essere davvero buono e felice questo santo giorno, che porta, si, tante cose liete con sé: gli auguri, i doni, gli incontri familiari, la poesia dei ricordi e delle speranze, ma non cambia il corso della vita, ch’è pur piena di affanni e di malanni? Noi pensiamo che tutti coloro, i quali si lasciano invadere dallo spirito dolce e penetrante del Natale, avvertiranno in fondo al cuore una nota di tristezza, come se l’incanto soave di questo giorno singolare fosse subito per dileguarsi, come un sogno illusorio e passeggero. Come può essere veramente buono il Natale, se non porta qualche consolante novità, qualche speranza migliore, qualche gioia sincera?
Vi diremo ora due brevi pensieri, che voi già conoscete, ma che qui ricordati possono insegnare qualche cosa sulla vera bontà del Natale. Il primo è l’interiorità del Natale. Il Natale è buono se è interiore, se è celebrato, non fosse che per qualche momento, nel silenzio del cuore, dentro, nella coscienza fatta attenta e pensosa. Ed è interiore e rinnovatore, se ci fa cogliere il discorso che Gesù, entrando nella scena del mondo, non con le parole, ma con i fatti ha pronunciato. Quale discorso? Quello dell’umiltà; è questa la lezione fondamentale del mistero di Dio fatto uomo, ed è questa la medicina prima di cui abbiamo bisogno (cfr. S. Agostino, La Trinità 8, 5, 7; P.L. 42, 952). È da questa radice che può rinascere la vita buona. E il secondo pensiero si riferisce all’umanità del Natale: siamo in adorazione d’una nascita, d’un bambino, d’un presepio; la vita umana è celebrata nella sua più sacra espressione: ogni culla, ogni creatura umana, ogni infanzia oggi è irradiata dalla luce soavissima di Maria e di Gesù. L’invito è forte e incantevole: bisogna evangelicamente ritornare bambini: «Se non vi farete piccoli come bambini, dirà poi Gesù Maestro, non potrete entrare nel Regno dei cieli» (Matteo 18, 2). Bisogna avere il culto della vita nelle sue forme più deboli, più innocenti, più essenziali. Bisogna ridestare nel cuore di carta, di ferro e di cemento dell’uomo moderno il palpito della simpatia umana, dell’affetto semplice, puro e generoso. della poesia delle cose native e vive, dell’amore.
Figli e Fratelli: volete che il Natale sia buono davvero? Dategli il suo autentico valore spirituale e riconoscetegli la sua profonda esigenza umana. Rendetelo pio e affettuoso, e lo renderete buono. Sappiate quest’oggi curvarvi amorosi sui vostri bimbi; sappiate quest’oggi associare, con qualche più generosa carità, i poveri, i sofferenti, i derelitti, i piccoli, in una parola; e avrete un Natale sincero, un Natale rigeneratore, un Natale felice. Quello che ora con la Nostra Benedizione a voi tutti di gran cuore auguriamo.

(Paolo VI, Omelia Messa di Natale, 25 dicembre 1964)

10 dicembre 2011

L'ascesa alla divinità


[Il primo passo nell’ascesa alla divinità] è la scoperta del Brahman, la Realtà unica che sta dietro a tutti i fenomeni. Poi viene la scoperta del fatto che questa Realtà unica che sta dietro a tutti i fenomeni, è una cosa sola con la Realtà che sta dietro la coscienza umana. Sia che partiamo dal mondo esterno per andare a scoprire la Realtà che gli sta dietro, sia che partiamo dal mondo interiore per andare a scoprire la realtà interiore, incontriamo questa Realtà unica, il Brahman o l’Atman, il "Sé", come viene chiamato. Ciò che vi è implicato, dunque, è la ricerca del Sé, della Realtà interiore dell’essere umano.

Nella Katha Upanishad (500 a.C.) si dice: «Superiore ai sensi (indriyas) è la mente (manas). Superiore alla mente è l’intelletto, la buddhi. Superiore all’intelletto è il Mahat, il grande sé. Superiore al Mahat è l’Avyakta, l’Immanifesto. Superiore all’Immanifesto è il Purusha», la grande Persona cosmica, la Realtà suprema. I gradi della conoscenza iniziano dai sensi, coi quali si ha l’esperienza immediata e la mente poi opera sui sensi. La mente che invece conosce la Realtà trascendente e i primi princìpi dell’essere e della verità è la Buddhi, ciò che Aristotele chiamava nous e Tommaso d’Aquino intellectus. In Occidente abbiamo raggiunto l’intelletto, ma lo stadio successivo, il Mahat, il grande Sé, il Sé cosmico o la coscienza cosmica, apre un nuovo orizzonte per l'Occidente stesso. La Katha Upanishad dice che si dovrebbe rimanere "nel Sé che è pace", nello Shantatman. Si va al di là del mondo degli dèi e degli angeli che sono al limite della creazione, nell’increato, alla fonte che è shanti, pace, la pace che supera la comprensione. Si va al di là della comprensione, al di là della mente. Questo è il cammino dello Yoga. Lo Yoga è definito come "questo fermo dominio dei sensi", oppure come "la cessazione dei movimenti della mente". Quando la mente cessa di muoversi e si centra su se stessa, inizia lo Yoga. Yoga significa "unione", unire, è l’integrazione di tutta la persona. Tutti gli elementi di questa natura devono essere portati in questa unità. A questo punto si fa esperienza di se stessi, del proprio Atman.

La Bhagavad Gita riconosce un triplice Yoga, karma, bhakti e jnana. In altre tradizioni, lo Yoga era lo Jnana Yoga, in cui venivano ricercate la conoscenza e la coscienza. La disciplina si occupava di come risvegliare i livelli superiori di coscienza e giungere al Supremo. La Bhagavad Gita, invece, riconosce che ci sono altre vie che conducono alla Realtà unica. La prima è la via del karma. Karma significa fondamentalmente "azione" e nelle tradizioni precedenti si diceva che l'azione non poteva mettere nessuno in condizione di raggiungere il Supremo. Karma ha, però, molti significati diversi ed il primo è "azione rituale". Era questo il significato originario di karma nei Veda. La considerazione che facevano i veggenti delle Upanishad era che non si può raggiungere questo livello di coscienza mediante l'azione rituale. Era la base dell'insegnamento di Shankaracharya, che diceva che non è mediante il rito (karma), ma mediante la conoscenza (jnana) che si conosce l'Uno. Così è necessario superare il rito. Ma la Bhagavad Gita dà un’accezione più ampia al termine karma, riferendosi non solo all'azione rituale, ma anche all'azione sociale e all'azione morale.

La situazione della Bhagavad Gita è questa: Arjuna, che rappresenta l'essere umano, è seduto su di un carro di fronte alla battaglia e Krishna, il Signore, viene a consigliarlo. Qui il carro rappresenta il corpo, Arjuna è la mente e Krishna lo spirito interno, il Signore che viene a consigliarlo. Ciò che Krishna dice ad Arjuna è che deve combattere la battaglia. Deve affrontare la vita e compiere la sua opera nel mondo. Per l'India è un passo molto importante, perché precedentemente si diceva che bisognava separarsi dal mondo, staccarsi da ogni attività e meditare in silenzio e in solitudine per poter raggiungere il Supremo. Questo è un sentiero, la via dell'asceta, del sannyasi, e viene riconosciuto anche nella Gita, ma ora si apre un altro sentiero, una via per chi conduce una vita familiare, per la persona ordinaria che vive la sua normale esistenza quotidiana, con l'azione compiuta nello spirito dello Yoga. Ci sono diversi modi di compiere la propria azione nello spirito dello Yoga. L'attaccamento è ciò che il Buddha chiamava tanna o trishna, aggrapparsi alle persone, aggrapparsi alle cose.

Questo attaccamento è, in realtà, l'attaccamento dell'ego nella persona ego-centrata. C'è un sé autentico, aperto a Dio e agli altri, e c'è un falso sé, che si aggrappa a se stesso e, centrandosi su di sé, vede tutto alla luce di se stesso. È il grande ostacolo ad ogni meditazione e ad ogni esperienza trascendente.

È molto importante che la Gita insegni il distacco e non dica che bisogna sopprimere i sensi. Nelle tradizioni più tarde spesso appare che bisogna cercare di sopprimere i sensi, invece la Gita insegna ad essere distaccati, a servirsi dei sensi, ma senza essere per nulla attaccati ad essi. È possibile essere completamente liberi in questa fruizione. Allo stesso modo non bisogna abbandonarsi ai sensi, perché allora si viene trasportati da essi. È il sentiero di mezzo del distacco dai sensi e lo si raggiunge col sacrificio. Sacrum facere è rendere una cosa sacra. La cosa sacrificata viene offerta a Dio. Ciò che la Gita introduce ora, proseguendo ciò che la Svetasvatara Upanishad aveva iniziato, è il concetto del Dio personale, che diventa la guida negli stadi superiori della contemplazione e dell’esperienza interiore.

In questo caso il Dio personale assume la forma di Krishna e tutte le opere che si compiono nella vita devono essere dedicate a lui nel sacrificio. Si offre al Signore supremo tutto ciò che si ha e tutto ciò che si fa. Soprattutto si offre se stessi, il proprio ego. Distaccandosi dalle persone e dalle cose, si sacrifica tutto ciò che si fa e tutto ciò che si pensa al Signore interiore. Ci si priva per bhakti, per devozione. Ci si priva per amore. A questo punto il cammino della meditazione non è solo un cammino di conoscenza, jnana, di coscienza, ma è anche un cammino d'amore, e mentre l'amore è rivolto, prima di tutto, al Signore, include anche gli altri, il "benessere del mondo".

Al termine della Bhagavad Gita, Krishna riassume il tutto dicendo: «Questa è la mia promessa, in verità, perché tu mi sei caro». È molto importante. A questo punto del processo si va al di là di se stessi e del mondo creato, e così si incontra il Dio personale. Si incontra l'amore: «Tu mi sei caro». Un altro passo avanti nella rivelazione è stato compiuto, quando si scopre in sé la realtà della persona. Il testo dice: «Lascia da parte tutte le cose», letteralmente tutti i dharma, «e vieni a me per la tua salvezza. Io ti libererò dai lacci del peccato. Non temere più». È il sentiero della bhakti, della devozione a un Dio personale, naturalmente molto vicino al cammino cristiano.


Nota:
Bede Griffiths (1906-1993), nato in Inghilterra da famiglia anglicana, dopo un travagliato itinerario di ricerca spirituale, si converte al cattolicesimo e diventa monaco benedettino. Nel 1955 si trasferisce in India divenendo guida spirituale del Saccidananda Ashram, fondato qualche anno prima da Jules Monchanin ed Henri Le Saux, chiedendone l'incorporazione alla Congregazione Monastica Camaldolese. In questo breve estratto, dal bellissimo libro Una nuova visione della realtà. Scienza occidentale, misticismo orientale e fede cristiana, Appunti di Viaggio, Roma 2005, egli ci fornisce un itinerario di ascesa alla divinità per il mondo hindu, facendo raffronti con la fede cristiana. Ovviamente, il testo è una semplice e libera estrapolazione da un volume di oltre 350 pagine e quindi si potrebbe non cogliere perfettamente lo spirito, ma credo sia un assaggio interessante e stimolante alla ricerca di una lettura più completa. Soprattutto un invito a non rimanere ancorati a un concetto di mistica legata soltanto al cristianesimo e alla sua storia, ma aperta alle tradizioni (a volte precedenti) così ricche di intensità espressiva e di verità.

19 novembre 2011

Dio dei miei poveri giorni


La povertà della mia vita quotidiana voglio portarti dinanzi, Signore, e la mortale monotonia delle mie abitudini; lunghe ore, lunghi giorni, pieni di tutto fuorché di te. Guarda, Dio mite che dell'uomo hai compassione, dell’uomo che è tutto in questa povertà; guarda la mia anima, che l'infinita sagra di questo mondo consuma quasi per intero, nella sua ridda di inezie senza numero, nelle chiacchiere, nelle curiosità, nel vuoto delle sue faccende e del suo darsi importanza.

Non è la mia anima, davanti a te, verità intemerata, come una piazza dove dai quattro venti tutti i rivenduglioli si danno convegno per far mercato delle povere ricchezze di questo mondo; dove esponiamo, io e gli altri, le nostre futilità in perpetua insipiente inquietudine?

È proprio dell'anima essere in qualche modo 'tutto', ho imparato molti anni fa, da 'filosofo'. O mio Dio, quanto diversa esperienza ho dovuto fare di questa verità, da quello che allora pensavo e sognavo! Un enorme magazzino è diventata la mia anima, in cui, alla rinfusa, si ammassa 'tutto', giorno su giorno, fino a stiparlo fino al tetto.

Quale sarà la mia fine, mio Dio, se la mia vita continua così? L'ora che, improvvisa, spazzerà dalla mia anima tutte le futilità che la hanno ingombrata, l'ora della mia morte, come sarà, Signore? Nulla di quanto riempie la mia vita quotidiana, nulla mi resterà in quell'improvviso totale abbandono. Ma che sarò io allora, Signore, che sarò io quando non mi resterà che me stesso, a me che tutta una vita sono stato vanità, cioè chiasso e chiacchiere e affaccendarmi, e, in fondo, sempre desolazione e squallore? Quando la pressione e la violenza della morte finirà di esprimere, inesorabile, dai giorni della mia vita, dai miei lunghi anni, il loro vero contenuto, che sarà allora, Signore? Se tu m'hai usato misericordia, mio Dio, qualche raro minuto si salverà forse nella grande delusione che sopravverrà all'illusione dei miei giorni perduti; pochi momenti nei quali la grazia del tuo amore s'è insinuata in un angolo del mio cuore, accanto alle infinite futilità che hanno ingombrato i giorni della mia vita.

Ma chi mi darà di evadere dalla miseria delle mie vane sollecitudini, di rivolgere la mia anima all'uno necessario che sei tu? Come fuggire alla forza delle mie abitudini quotidiane? Non sei stato tu che mi hai assoggettato al loro ricorso mortificante? Non ero già perduto e sommerso nella vanità di questo mondo, quando ho cominciato la prima volta a intravvedere in te il vero senso di questa mia vita che non potevo abbandonare così alla giostra delle mie abitudini?

Non sei tu che m'hai fatto uomo? Questo essere insoddisfatto, che, nella brama della tua infinità, cammina e cammina incontro alle tue stelle; e s'affanna su tutte le vie della terra e in capo a tutte le vie della terra, ecco, le tue stelle brillano mute sempre ugualmente lontane.

E, vedi Signore, se io volessi fuggire la povertà della mia vita ordinaria, se volessi farmi certosino per dover restare sempre, in silenzio e adorazione, alla tua santa presenza, mi sarei con questo sottratto davvero al ricorso della abitudine? Se penso alle ore che passo al tuo altare, o a recitare la preghiera della tua Chiesa, allora io comprendo: non le occupazioni mondane rendono monotoni e vani i miei giorni; io sono che ho il potere di trasformare le azioni più sante in meccanica, grigia ripetizione; io svuoto i miei giorni, non i miei giorni me.

Io lo vedo perciò, che se una via c'è che a te mi possa condurre, essa passa attraverso la povertà della mia vita quotidiana; altra via per rifugiarmi in te non potrei trovare che lasciando indietro me stesso nella mia fuga. Ma si può mai giungere a te attraverso questa povertà? Non mena lontano da te questa via, giù sempre verso il vuoto e il chiasso delle mie faccende, nelle quali tu non abiti, tu Dio della quiete? So bene che l'agitazione molteplice, che a uno riempie la vita e il cuore, finisce poi nella sazietà; che il « taedium vitae » dei filosofi, la sazietà di vivere, l'ultima esperienza della vita dei patriarchi, come mi narra la tua parola, sarà sempre più anche la mia sorte. Sì, questa mia vita quotidiana si converte al fine nella grande melanconia della vita. Ma non la fanno anche i pagani questa esperienza? Sono con ciò arrivato vicino a te, solo che la mia vita mostri al fine il suo vero volto, solo che io rinnovi l'esperienza del tuo savio e confessi che tutto è vanità e afflizione di spirito? E così, in tanta semplicità, che la mia vita ordinaria è una via verso di te? O non è piuttosto questa l'ultima vittoria della vanità, quando il cuore è al fine esausto e insignificanti sono anche gli interessi consueti della vita, quelli che, così familiarmente, solevano distrarre l'uomo dalla noia, dallo squallore che gli occupava l'anima. È più vicina a te la stanchezza delusa che la fresca gioia di vivere? E dove ti si troverà, Signore, se le voglie che riempiono i miei giorni ti fanno dimenticare e la disillusione non t'ha ancora trovato, anzi affligge il cuore e lo rende anche più inadatto al tuo incontro?

Mio Dio, se in tutto ti posso perdere, se né preghiera, né sacre solennità, né quiete di chiostro, se neppure la finale delusione basta a escludere questo pericolo, allora anche tutto quanto c'è di santo, quanto sembra elevarsi sopra la vanità della mia monotona vita, ricade nella vanità. Sì, vanità non è una parte della mia vita, la più lunga, fosse pure; ma quanto è lunga la vita, tanto c'è in essa di vanità; tutto è vanità, che mi nasconde e mi toglie quello di cui ho bisogno: te, mio Dio.

Ma pure se non c'è luogo dove io debba andare per averti trovato, se tutto può essere la perdita di te, dell'Unico, allora devo anche poterti trovare in tutto; che se no non ti potrebbe affatto trovare l'uomo che senza di te non può essere. Bisogna allora che ti cerchi in tutto, che ogni creatura è vanità, e ogni creatura è un incontro con te, l'ora della tua grazia. Tutto ti nasconde e tutto ti rivela. Io comprendo ancora quello che da tempo sapevo; ora mi rivive in cuore quello che m'ha spesso ripetuto la mia mente. Ma a che serve la verità della mente che non diventa vita del cuore?

Mi devo ancora una volta rileggere quella pagina che ho trascritto tanti anni fa da Giovanni Ruysbroeck: il mio cuore la comprende ancora una volta. Mi consolo sempre a rileggere come questo uomo interiore concepiva la sua vita. E l'amore che ritrovo in me per queste parole, anche in tanta povertà della mia vita, è come una promessa che tu vorrai un giorno benedire anche la mia povertà. « Dio viene senza posa in noi, attraverso le cose e senza le cose, e vuole da noi quiete amorosa e lavoro, e che l'uno non impedisca l'altra, ma si fortifichino sempre a vicenda. L'uomo interiore perciò possiede la sua vita in queste due maniere, nella quiete e nel lavoro. E in ciascuna di esse egli è intero e indiviso. Egli è tutto in Dio, godendo la sua quiete, ed è tutto in se stesso, rimanendo attivo in amore. E costantemente riceve egli da Dio il monito e l'incitamento a rinnovare l'una e l'altro: la quiete e l'amore. L'uomo dunque è giusto ed in cammino verso Dio mediante interiore dilezione e costante operare; ed entra in Dio mediante la dilezione fruitiva in pace eterna. Rimane in Dio ed esce tuttavia su tutte le creature, in amore aperto a tutto, in virtù e giustizia. E questo è il grado supremo della vita interiore. Tutti coloro che non possiedono « ad un tempo » quiete e lavoro, non hanno raggiunto questa giustizia. Ma quel giusto non può essere impedito nella sua vita interiore, poiché e la quiete e l'operare ve lo riconducono. Egli è piuttosto simile a un doppio specchio, che riflette da ambedue le facce. Che nella parte superiore del suo spirito l'uomo rispecchia e riceve Dio con tutti i suoi doni, e nella parte inferiore riceve, attraverso i sensi, le immagini corporee... ».

« Ad un tempo » devo essere nella povertà delle cose e nella tua verità. Uscendo nel mondo, rientrare presso di te, possedere in tutto te, l'Unico. Ma come fanno le cose a diventare la tua verità? È solo opera tua, Signore. Solo tu puoi fare di me un uomo 'interiore' nella molteplicità delle occupazioni di ogni giorno. Solo tu mi puoi mantenere, nel mio intimo, vicino a te, quando io esco quasi da me per essere con le cose. Non l'angoscia, né il nulla, né la morte mi liberano dalla dispersione sulle cose del mondo, come vanno dicendo oggi i filosofi; ma solo il tuo amore, l'amore per te, tu che sei di tutte le cose fine e attrattiva, tu beatitudine che sola basti a te stessa. Il tuo amore, mio Dio infinito, l'amore per te, che si protende oltre attraverso le creature, attraverso il loro cuore, fin nella tua lontananza infinita, e tutte queste perdute creature le solleva con sé, come un coro di lodi alla tua infinità. Davanti a te diventa uno ogni molteplicità; ogni dissipazione si raccoglie in te; ogni esteriorità ritorna alla sua interiorità nel tuo amore. Nel tuo amore ogni uscire sulle cose diventa un ritorno nella tua unità, che è la vita eterna. Ma tu solo mi puoi donare questo amore, che lascia alla vita quotidiana la sua povertà, e la converte tuttavia in vita di incontro con te.

Che mi resta più da dirti, Signore, ora che mi presento così a te nella povertà mia quotidiana? Solo una timida invocazione ancora: il tuo amore, mio Dio, il dono che tu sempre dispensi, il sommo dei tuoi doni. Tocca il mio cuore con la tua grazia. Quando, nella gioia o nel dolore, tratto le cose di questo mondo, fa che, attraverso ad esse, giunga all'amore e al contatto con te, che di tutte le cose sei l'unico primordiale principio. Tu che sei l'amore, dammi l'amore, donami te stesso, perché tutti i miei giorni sfocino finalmente nell'unico giorno, che è la tua vita eterna.

(tratto dal: Karl Rahner, Tu sei il silenzio, Queriniana, Brescia 1984)